English version (machine translated) follows below.
Immagina la scena: chiedo a una classe mista di ventenni di organizzarsi in gruppi e nominare un referente ciascuno.
Sei su sei? Tutte femmine.
Nell'altra classe, i voti degli esami delle ragazze svettano su quelli dei maschi: spigliate in presentazione, precise nello scritto. I dati INVALSI lo confermano per le scuole dell’obbligo: le studentesse ottengono in media risultati migliori, eppure dopo qualche anno i loro capi saranno perlopiù uomini; in Italia le donne executive sono circa il 18%, contro oltre il 30% in Francia.
Mentre guido verso casa continuo a pensare ai motivi di questo cortocircuito: generalizzando, quale è il momento in cui cediamo il passo? Una cosa che mi salta in mente è la nostra (poca) capacità di delega e i correlati sensi di colpa. Le ricerche mostrano che le donne sperimentano sensi di colpa più intensi e frequenti degli uomini, soprattutto tra i 40 e i 50 anni, connessi alla cura degli altri e alle aspettative sul loro ruolo. Cresciamo con un messaggio di fondo: “devi essere affidabile, devi occuparti tu di tutto, devi prevedere i bisogni degli altri”. Non delegare tiene prigioniere: da ragazze eccelliamo in un contesto scolastico dove “chi si prende carico” viene premiata; poi però inciampiamo in carriere dove gli uomini scalano anche perché delegano senza troppi rimorsi.
Forse invece di bruciare i reggiseni negli anni ’70 avremmo dovuto bruciare la frase “non ti preoccupare, faccio io"?. Perché è esattamente lì che vendiamo, a basso costo, il nostro tempo, la nostra energia e spesso anche le nostre possibilità di crescita. Ogni “faccio io” detto per automatismo è un piccolo esproprio di potere: tu ti alleggerisci, io mi carico; tu alleni la tua leggerezza, io alleno il mio esaurimento.
“Ogni volta che dici ‘non ti preoccupare, faccio io’, qualcuno cresce, prende spazio o tempo al posto tuo.”
Se ci pensi, delegare non è solo distribuire compiti, è ridefinire identità. Per molte di noi “essere una brava persona” coincide con “essere indispensabile”: se non servo, chi sono? Il coaching ontologico spiega bene questo punto: non cambiano solo le azioni, cambiano le opinioni profonde su chi siamo (la famosa differenza tra “essere” e “fare”). Se credo di valere perché tengo insieme tutto, mollare un pezzo equivale a sentirmi meno degna. E allora resto incollata all’operativo, mentre altri imparano a decidere, orchestrare, guidare.
Non è vero che ‘nessuno lo fa bene come me’: è che finora non hai mai dato a nessuno la possibilità di imparare.
E se anche qualcun altro fa diverso da noi – o, orrore, “peggio” di noi – è davvero la fine del mondo?
Forse è solo la fine del nostro bisogno di controllare tutto. E l’inizio di qualcosa di molto più interessante: una vita in cui non siamo più l’unica colonna portante, ma una donna che si fida, lascia spazio e si concede il lusso di non fare sempre tutto, e sempre benissimo.
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Imagine the scene: I ask a gender mixed class of twenty-somethings to organize into groups and appoint a leader each. Six out of six? All females.
In another class, the girls' exam scores tower over the boys': confident in presentations, precise in writing. INVALSI data (Italian standardized tests) confirms this for compulsory schooling: female students achieve better average results on average, yet a few years later, their bosses will mostly be men; in Italy, women executives make up about 18%, compared to over 30% in France.
As I drive home, I keep thinking about the reasons for this short-circuit: generalizing, when is the moment we step aside?
One thing that jumps to mind is our (limited) ability to delegate and the associated guilt. Research shows that women experience more intense and frequent guilt than men, especially between 40 and 50 years old, linked to caring for others and expectations about their role. We grow up with a core message: "You have to be reliable, you have to take care of everything, you have to anticipate others' needs." Not delegating keeps us prisoners: as girls, we excel in a school context where "taking charge" is rewarded; then we stumble in careers where men climb partly because they delegate without much remorse.
Maybe instead of burning bras in the '70s, we should have burned the phrase "don't worry, I'll do it"? Because that's exactly where we sell, at low cost, our time, our energy, and often our growth opportunities. Every "I'll do it" said on autopilot is a small power expropriation: you lighten up, I load up; you train your lightness, I train my burnout.
"Every time you say 'don't worry, I'll do it,' someone else grows, taking up space or time in your place."
If you think about it, delegating isn't just distributing tasks; it's redefining identity. For many of us, "being a good person" coincides with "being indispensable": if I'm not needed, who am I? Ontological coaching explains this well: it's not just actions that change, but deep-seated opinions about who we are (the famous difference between "being" and "doing"). If I believe my worth comes from holding everything together, letting go of a piece feels like feeling less worthy. So I stay glued to the operational side, while others learn to decide, orchestrate, lead.
It's not true that 'nobody does it as well as me': it's that you've never given anyone the chance to learn.
And if someone else does it differently from us—or, horror, "worse" than us—is it really the end of the world?
Maybe it's just the end of our need to control everything. And the beginning of something much more interesting: a life where we're no longer the only supporting pillar, but a woman who trusts, makes space, and allows herself the luxury of not always doing everything, and not always perfectly.
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